30 - 24 gennaio 2017

UN RISTORANTE LIGURE A MILANO:
U BARBA

(Aperto sempre tranne il lunedì)

Via Decembrio 33, Milano

www.ubarba.it

IMG_4052Ci sono sere più difficili di altre. Sono quelle in cui la vita ci mette alla prova, quelle in cui si diventa grandi, quelle che comunque se non ci passi non capisci. Sono le sere in cui c’è bisogno di stare vicini, di stringersi forte e lasciare “il mondo ai vizi suoi”. Sono le sere in cui abbiamo noi bisogno dei nostri bambini, di guardarli ridere e scherzare, di riconoscere il loro istinto di sopravvivenza, farlo nostro.
In una di queste sere, la Liguria della mia infanzia è venuta a trovarmi a Milano.
Ci sono posti che capitano al momento giusto, io credo siano degli incontri. U BARBA è stato il mio incontro, in una di quelle sere.
La Liguria per me sono i carruggi stretti, all’ombra anche ad agosto. È la mia mamma che fa la spesa giù nel negozietto delle vecchine, ogni pacchetto incartato con quella carta grigia. È la focaccia più buona del mondo, che da bambina ho imparato ad amare con la cipolla o ripiena al formaggio. Per me la Liguria è un bagno con gli ombrelloni e le cabine di legno e i tavolini del bar dove ci potevi mangiare anche le cose comprate in rosticceria. Io volevo sempre le lasagne.
La Liguria per me erano gli amici, allora mi sembrava tutto per sempre, nello stesso bagno estate dopo estate diventavamo grandi e neanche ce ne accorgevamo. Era la spiaggia dalle 8 alle 20 e lavarsi i costumi alla sera, poi stenderli fuori dalla cabina sul filo di nylon e farsi la doccia direttamente giù.
Per me la Liguria era la mia mamma al mercato all’alba per comprare il pesce. Era la cassetta di coca-cola e quella di succhi di frutta, tutto rigorosamente in vetro, che ne potevi scegliere una al giorno, solo d’estate.
Erano le macchinine da guidare, io sempre in contromano. Erano le lezioni di nuoto all’alba, un caffelatte freddo imbottigliato da bere alla fine della lezione. Erano le case antiche con le stanze grandi e i mobili scuri. Era  il rumore del mare, continuo, quando ti stavi per addormentare. Erano i tramonti su un infinito che mescolava cielo e acqua. Erano le cene, ore e ore seduta a tavola con i grandi, a chiedere sempre posso fare un giretto. Era il krapfen appena sfornato che ancora adesso se lo mangio ritorno piccola. Era il gelato che sembrava un uovo, ve lo ricordate?, e quello che sembrava un piatto di spaghetti al pomodoro.
Per me la Liguria erano i pianti di bambina quando vedevo la prima valigia da riempire. Erano i giorni scritti con le piante grasse in un’aiuola, che scandiva il tempo passato e quello che ancora rimaneva.
La Liguria per me era un posto lontanissimo perché sono cresciuta in una famiglia senza patente né macchina. E allora un baule che partiva prima di noi e poi il treno con il cambio, un viaggio che mi sembrava epico ma che al ritorno mi struggeva di dolore per un’altra estate già finita e quella distanza che mi pareva sconfinata tra la città e il mare. Treni persi, treni in pausa e il mio papà giù a fumare di corsa, quanta paura che non finisse in tempo quella sigaretta.
E poi quando al treno si è sostituito il pullman quell’ultimo sguardo al mare prima dell’ultima curva, dell’ultima galleria che poi il mare ti giravi ed era sparito. 
Era il profumo di anice che si espandeva dalla biscotteria. E ci entravamo anche per il gelato al caffè e soprattutto per il sacchetto di caramelle da farsi prima del viaggio. E poi era la spesa prima di partire, piccola, parca come sempre siamo stati noi. Solo un ricordo da portare a casa, come se servisse a prolungare l’estate. La spesa di pesto, di salsa di noci, di pansotti e di focaccia.
Le stesse cose che in una di quelle sere ho ritrovato qui da U BARBA.

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